venerdì 1 novembre 2013

L'invidia dei tonti




Leggo su facebook un commento sdegnato sul fatto che il British Museum di Londra abbia realizzato il suo record storico di vendita di biglietti grazie all'esposizione di reperti archeologici in arrivo da Pompei, prestati dalla Sovrintendenza. Sdegnato perché pare che, sull'incasso, il nostro paese non abbia guadagnato nulla o, forse, non abbastanza, considerata la mostra straordinariamente riuscita, con tanto di overbooking.
Per prima cosa, non è dato sapere se la Soprintendenza o il Ministero abbiano richiesto un fee adeguato, come di norma accade; ma, considerata la nostra abilità contrattuale in fatto di beni culturali (è una cosa brutta speculare sulla cultura!), immagino che il fee non ci fosse o fosse minimo. Per seconda cosa, non capisco per quale motivo indignarsi se un museo, che è fra i più illustri, attivi, organizzati, professionali del mondo, riesca, non solo a raggiungere il break-even con una mostra (per noi è pura utopia), ma ci guadagni pure, arrivando saggiamente a destinare gli utili ai restauri dei pezzi in collezione, all'incremento dei servizi, alla organizzazione di eventi futuri che, a loro volta, e nella stessa logica, nutriranno il museo, evitando magari che cada a pezzi, come è successo a noi con la Domus dei gladiatori e, recentemente, anche l'antico lavatoio, proprio a Pompei.
In sostanza, ci arrabbiamo perché gli altri sono migliori di noi nel promuovere e sfruttare le nostre eccellenze. E vorremmo che, nel momento in cui ciò avviene, condividessero generosamente gli utili. Scusate, ma questo è opportunismo bieco, specchio di un'atavica inettitudine. Bravi loro. Scemi noi. Che concediamo pezzi in tutto il mondo, che vengono ammirati ovunque e quando si presenta la vaga possibilità di veicolare i turisti nel nostro raggio d'azione, le mostre fanno schifo, le statue si sbriciolano, il bookshop langue di pochi gadget polverosi, la cassa è chiusa per sciopero, o peggio, scaccia le coppie gay con prole perché non costituiscono una nucleo familiare e non hanno diritto allo sconto sull'ingresso... come è successo pochi giorni fa al museo etrusco di Volterra, che ha visto una coppia di Philadelphia uscirsene furente. Questo deve destare sdegno, non il fatto d'essere sempre noi il fanalino di coda, superati da tutti, persino nelle attività che dovremmo sapere fare meglio e con meno sforzo.
Perché stupirsi che certe collezioni private s'involino per l'estero, al fine di una adeguata valorizzazione. Per esempio, la collezione di stampe di Giorgio Upiglio, il più grande stampatore italiano (o del mondo) scomparso a metà ottobre, che ha donato tutto il suo archivio all'Archivio del Moderno di Mendrisio, in Svizzera. Come si poteva pensare che sarebbe finito in Bertarelli, la raccolta di stampe milanesi che, con milioni di fogli nei cassetti, promuove una mostra ogni tre anni e ha appena sbarrato la sala di consultazione per mancanza di personale? La collezione di Mario De Michele, mitico storico dell'arte italiano, la cui biblioteca conta 25mila titoli richiesti in consultazione da mezza Europa, risulta non consultabile, perché è stata sloggiata dalla sede deputata di Trezzo d'Adda grazie alla lungimiranza di giunta leghista che ha definito De Micheli “un illustre sconosciuto”, relegando i volumi in decine di scatoloni, oggi nei depositi di un'altra biblioteca dell'hinterland, che però non ha spazio per esporli.
Ho chiesto, una volta, alla biblioteca di Harvad, a Boston, di fornirmi alcune fotocopie di un volume da loro custodito: mi è arrivato il libro intero. Chissà cosa risponderà Trezzo o il Comune di turno al lettore tedesco, inglese o francese, che invierà una richiesta analoga per uno dei rarissimi volumi del grande Mario. Io, tutto sommato, valuterei l'ipotesi di spedire pachi e pacconi alla British Library. Probabilmente speculerebbero anche su questo, ma i libri almeno sarebbero sugli scaffali. Per lo sdegno, o l'invidia tardiva, dei tonti.  

Chiara Gatti
www.chiaragatti.it


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