domenica 13 ottobre 2013

Addio storia dell'arte.... come non creare turismo


Addio storia dell’arte
Il ministro Carrozza riesce a fare peggio delle Gelmini

Errare è umano, perseverare è diabolico. Pensavamo che Mariastella Gelmini con la sua riforma tecnicistica per una scuola moderna, agile, dinamica, in una parola superficiale, avesse toccato il massimo del raccapriccio varando la cancellazione la storia dell'arte da tutte le classi delle scuole medie superiori (ginnasi compresi); invece Maria Chiara Carrozza, che l'ha sostituita brillantemente dietro la scrivania del Ministero dell'Istruzione (ma perché non cancelliamo anche quello?), è riuscita miracolosamente a fare peggio. E cioè a prende atto del problema e a non risolverlo. Confermando, vale a dire, l'abolizione della disciplina su cui si basa, per eccellenza, la nostra storia, il nostro passato, le nostre radici culturali e, soprattutto, il nostro patrimonio nazionale più ricco.

Mentre l’indignazione monta, le polemiche fioccano e gli appelli aumentano, viene da chiedersi se tale drammatica disattenzione che aleggia ormai in modo costante intorno alle risorse migliori e alle potenzialità del nostro paese non sia frutto di sola ignoranza, ma faccia parte in realtà di un progetto preciso per l'affossamento dell'Italia. Anche perché, conti alla mano, persino la mente meno arguta e inesperta, capirebbe come sarebbe naturale far rendere i nostri beni dal punto di vista economico e non solo per una degna crescita civile. Con una battuta, stranamente felice, Vittorio Sgarbi ha affermato qualche mese fa in una intervista alla radio che «basterebbe un Giorgione per comprarci Colonia». Scherzi a parte, invece di alienare i capolavori dell'arte, sarebbe sufficiente considerarli al pari di un qualsiasi patrimonio messo a garanzia. Un patrimonio da valorizzare e su cui fare affidamento.

Per fare questo, il sistema dei musei e l'accoglienza turistica legata alle città d'arte, dovrebbero ispirarsi alla logica anglosassone che – a fronte di un patrimonio pari al 2% del nostro – è in grado di farlo rendere in modo straordinario. Il 75% dei musei americani risulta in attivo, mentre in nostri non arrivano neppure al pareggio di bilancio. Gli oltre 21milioni di turisti stranieri che approdano ogni anno in Italia per nutrirsi di arte (a loro andrebbero sommati altri 17 milioni di italiani in circolo) sarebbero una ragione sufficiente per avviare una politica di marketing adeguata. Rendendo mostre e musei più friendly, dotati di confort per l'accoglienza, sale relax, vari punti di ristorazione a misura di portafoglio; come il Fine Arts di Boston che ne offre tre differenti a seconda delle esigenze della clientela, dal sandwich alla cucina raffinata. Al Museo del Novecento, a Milano, esistente un unico ristorante, affacciato sul sagrato del Duomo dove, per un aperitivo, è necessario siglare un leasing. Meglio la vicina Triennale, che sfoggia un desing caffè ospitale e non troppo dispendioso, oltre a una comoda biblioteca con accesso a internet.

La convinzione che rendere gli ingressi gratuiti – così come è stato sperimentato in parte a Milano negli ultimi anni – avvicini il pubblico al museo, non potrebbe essere più deleteria. Intanto perché, come dice il detto, ciò che non costa non vale, e poi perché il museo deve avvicinare il pubblico, non svendendosi, ma aprendosi all'esterno, con un atteggiamento invitante, offrendo servizi per le famiglie che si sentano accolte come in una specie di parco dei divertimenti, dove si possono frequentare corsi insieme ai propri bambini, oppure semplicemente prendersi un caffè in un luogo cool, o acquistare gadget nei bookshop. Per l'ultima mostra di David Hockney alla Royal Accademy di Londra, a parte il biglietto di ingresso, parente a 20 sterline, che tutti gli inglesi acquistavano col sorriso stampato sulla faccia per la felicità di celebrare un talento nazionale (non so quanti abbiano sorriso per l'ultima grande mostra di Paladino...), il bookshop ha registrato un incasso giornaliero di 100mila sterline (25 erano le mie che ho comprato borse per tutti i parenti).

Nel solco della nostra logica nazionale, che distrugge e non crea, i bookshop dei musei italiani devo invece rispettare la regola ferrea di non esporre gadget inadeguati al livello culturale delle mostre. Niente gingilli, oggetti ameni, curiosità aliene al tema dell'esposizione. Al Louvre e al Met di New York, insomma, dovrebbero chiudere mezzo negozio. Ciò spiega l'aria depressa dei bookshop nostrani, l'atmosfera infermieristica, dove brillano libri e libroni, ma non c'è l'ombra di una mezza curiosità. L'arte, con questa mentalità retrograda (Gelmini in testa) finisce necessariamente per annoiare, stantia e muffosa come i musei che non la sanno comunicare. Di conseguenza, inutile continuare a insegnarla nelle scuole, se tanto poi al museo non ci andiamo o ci andiamo solo se ce lo regalano e poi spendiamo 20 euro nel pub di fronte. La verità è che, agli strateghi della politica culturale italiana, non interessa farlo rendere, nel senso economico del termine, considerarlo un patrimonio su cui investire, proprio come l'America, che riesce a investire anche in musei senza patrimonio, costruiti sul niente, ma costruiti benissimo! Per questi abili strateghi, l'arte e il turismo che da essa deriva (40 milioni di fruitori l'anno dovrebbero far riflettere) sembrano non fare parte delle nostre potenzialità, oltre che del nostro dna, delle nostre radici, del nostro valore da propagandare come un bene di lusso.

L'arte è un peso da gestire (perché, comunque, un patrimonio richiede attenzione). Meglio allora perseverare come la Carrozza e contribuire a fare crescere una nuova generazione senza passato. Che continuerà – come già purtroppo accade – a fare la fila davanti al Louvre (i primi visitatori in termini numerici sono sempre gli italiani), ignorando che Brera, a Milano, ha altrettanti e splendidi capolavori. Non so se, per migliorare tutto questo, bisognerà cambiare la testa ai politici o alla gente comune. Io, per non sbagliare, la cambierei a entrambi.

Dott.ssa Chiara Gatti
www.chiaragatti.it
Critico d'arte "la Repubblica"

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